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Giuditta, il carabiniere e la bicicletta

In questo articoletto ho il piacere di condividere con te il racconto di una donna, della sua bicicletta e di come un uso intelligente del cervello e un semplice racconto possano rivelarsi di vitale importanza per sé e per le generazioni future.

Ci troviamo nel periodo della seconda guerra mondiale.
Siamo in un giorno qualunque compreso tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, cioè il quel periodo del nostro recente italico passato in cui le truppe tedesche hanno occupato gran parte dell’Italia del nord e del centro.
La presenza germanica si avverte in modo pesante e certamente in modo non pacifico: impongono con la forza le loro regole e occupano senza indugio tutti i posti di potere sparsi sul territorio.

La popolazione è stremata, senza lavoro e quindi senza soldi e con pochissimo cibo a disposizione (soprattutto nelle grandi città).
La forza occupante impone severe regole con altrettanto severe pene per i trasgressori, obbliga la popolazione a stare in casa nelle ore serali e notturne e cerca di impedire qualunque tipo di incontro di gruppo e divertimento.

La guerra è iniziata da più di 3 anni, ma anche negli anni precedenti non è che fossero tutte rose e fiori…si è appena usciti da un’altra sanguinosissima e lunghissima guerra, le case sono perlopiù fatiscenti e abitate da molte più persone di quelle che una minima divisione degli spazi imporrebbe, l’igiene è scarsa e il morire di questo o di quello, per quanto doloroso, non risulta certo sorprendente.

Spostiamo ora la nostra attenzione in un paesino della provincia milanese: Ossona.
E’ un classico paesino della pianura padana a spiccata vocazione contadina, abitato da gente semplice e solitamente tranquilla.
Però arriva il momento in cui anche le persone quiete ne hanno abbastanza di costrizioni, soprusi ed imposizioni.
Succede quindi che, il quel famoso giorno qualunque tra l’inizio dell’occupazione nazista e la fine della guerra, alcuni cittadini evidentemente poco propensi a continuare a subire le vessazioni degli occupanti, decidono di radunarsi e uccidere un soldato tedesco che sta pattugliando in bicicletta il territorio.

Il comando tedesco naturalmente va su tutte le furie e, non riuscendo ad acciuffare gli aggressori, decide come rappresaglia, tra le altre cose, di imporre a tutti i cittadini il divieto assoluto e tassativo di circolare in bicicletta, pena l’arresto.

E’ a questo punto della Storia che incontriamo Giuditta.
Giuditta è una giovane ragazza sui 20 anni che, come molti suoi coetanei, ha più voglia di divertirsi e svagarsi, piuttosto che pensare alle brutture della guerra e alle tragedie che quotidianamente le si palesano davanti, dietro e di fianco.
E’ una giovane donna che ha scelto di provare a vedere il lato positivo e di continuare a vivere la sua vita senza farsi sopraffare dalla paura.
Decide quindi di andare a trovare un’amica che abita poco distante e lo fa ovviamente usando la sua amatissima bicicletta.

Circa a metà del percorso che separa la sua cascina di campagna da quella dell’amica, viene fermata da alcuni soldati tedeschi e condotta nella locale caserma dei carabinieri: è in stato di arresto e dovrà attendere lì la decisione del comandante tedesco circa il suo futuro.
Il comandante tedesco potrebbe anche decidere di mandare lei e le altre persone in stato di fermo, a scontare la pena in un campo di concentramento in Germania.
La situazione è molto critica e il buon umore inizia a venir meno.

Ed è a questo punto che assistiamo al secondo atto di non collaborazione e alla comparsa del carabiniere.
Anche lui è un uomo semplice, sicuramente ligio alle regole e al suo dovere di carabiniere, ma anche perfettamente in grado di comprendere quando sia meglio chiudere un occhio, chiuderne due o non rispettare affatto imposizioni assurde e lesive per la vita e il benessere di altri esseri umani.

Aimè non sappiamo il nome di quest’uomo, ma sappiamo quello che ha fatto: si è sfortunatamente dimenticato di chiudere a chiave la cella in cui ha appena rinchiuso Giuditta e le altre persone, e ha accidentalmente lasciato incustodita la porta della caserma e le biciclette appena sequestrate.
Senza indugio e con il ritrovato sorriso sono tutti scappati dandosi alla macchia.

Usare la bicicletta è stato un atto spensierato e non-violento di una ragazza che aveva solo voglia di divertirsi, vivere la vita e non sottostare ad assurde regole dittatoriali, prive di alcun fondamento logico se non quello della mera repressione.
Giuditta, grazie ad un intelligente atto di umanità e ribellione del carabiniere, ha evitato il carcere e, molto probabilmente, avuto salva la vita.

Lei, nel corso della sua vita, Giuditta non ha raccontato praticamente nulla della guerra e di quegli anni, tranne questo episodio (e pochissimo altro). E lo raccontava senza orgoglio e senza la presunzione di voler insegnare qualcosa a chicchessia, ma semplicemente come un fatto della sua esistenza, un episodio che dopo tanti anni appariva quasi buffo.
Giuditta dal 1981 al 2006, anno in cui ha lasciato il corpo, è stata mia nonna.

Ciao Giuditta e grazie per questo tuo (forse)involontariamente prezioso racconto.

Fuori e dentro, il viaggio continua
namaste

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