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Il Gange

Ganga-ma, o semplicemente Ganga: così viene chiamato in India, il fiume che noi conosciamo come Gange.
Curioso come in India, tutti i fiumi (tranne l’indo), abbiano nomi di genere femminile, ma poi tradotti all’occidentale assumano il genere maschile…

Il Gange ha una lunghezza di 2500km, circa 2 volte la lunghezza dell’Italia!
La sua sorgente è localizzata sul ghiacciaio del Gangotri, sull’Himalaya centrale, mentre la sua foce si trova nel Golfo del Bengala.
Attraversa buon parte dell’India settentrionale scorrendo verso
oriente e dando ristoro e supporto a milioni di persone e migliaia di città e villaggi più o meno grandi.
Anche per questo viene chiamato Ganga-ma, che in sanscrito significa “madre Ganga” e così è anche conosciuta la sua personificazione di divinità femminile.
Ganga, tradotto letteralmente dal sanscrito, significa: “che va veloce”.

Per scrivere questo articoletto mi sono avvalso della preziosa collaborazione del caro amico Manoj che vive in India e più precisamente a Khajuraho, la città dei famosi templi tantrici.
Manoj è stato così gentile da raccontarmi questa storia, che ora condivido con te.
“C’era all’epoca un Maharaja (in sanscrito grande-nobile), chiamato Sagra.
Sagra si mise a pregare Vishnu, lasciando il suo cavallo legato ad un albero poco distante.
Finita la preghiera tornò verso l’albero e si accorse che il suo cavallo era sparito!
Naturalmente nessun essere umano si sarebbe mai azzardato a rubare il cavallo del potente maharaja, correndo il rischio di incappare in una terribile vendetta. Infatti il cavallo si era liberato ed era andato da solo presso l’ashram di un importante sadhu.
Dopo alcuni giorni il maharaja inviò i suoi figli all’ashram per chiedere spiegazioni, ma il sadhu rispose: “Non so come sia arrivato qui questo cavallo”.
Però gli emissari di Sagra non gli credettero e fecero per attaccarlo.
Il sadhu però, grazie ai suoi siddhi (poteri, in sanscrito) acquisti grazie alla pratica yogica, riuscì a fermarli e ad incenerirli all’istante.
Il sadhu poi pentito, scrisse al maharaja quello che era successo, suggerendo che i suoi figli avrebbero potuto rianimarsi, facendo scorrere sopra le loro ceneri le sacre acque purificatrici del Gange.
L’unico piccolo intoppo era che il Gange, a quell’epoca, scorreva ancora solo nei cieli. Quindi qualcuno sarebbe dovuto riuscire a portarlo sul pianeta terra.
Allora Sagra fece lunghe meditazioni e lunghe penitenze per convincere la Dea Ganga a fluire sulla terra. Due anni di intensa e profonda dedizione portarono il maharaja a saldare il suo conto karmico e al raggiungimento della moksha (liberazione, in sanscrito) allora la dea si convinse e discese sulla terra e i figli del maharaja tornarono in vita.

I Veda ci raccontano che inizialmente il Gange era un fiume celeste che scorreva nell’universo formando la via Lattea. Poi il Dio-Vishnu decise di farlo scorrere sul pianeta terra, ma per evitare che distruggesse tutto con il suo impeto intervenne il Dio-Shiva.
E dal monte Kailash, quella che ancora oggi è ritenuta la sua dimora terrena nell’Himalaya, decise di far passare il fiume per la sua testa, per calmierarne il flusso e renderlo adatto a scorrere su questo pienata.
Per questo nella raffigurazione classica di Shiva, si vede zampillare acqua dalla sua testa.

L’acqua del Gange viene considerata benedetta e infatti viene spesso utilizzata per le sue proprietà purificatrici.
Viene ad esempio spruzzata intorno alle nuove costruzioni in segno di buon auspicio, viene servita ai matrimoni e durante le cerimonie di iniziazione dei Brahmini ed è indispensabile per tutti i riti di iniziazione, purificazione e durante i riti funebri.

Lungo l’intero corso del fiume sono presenti importanti templi e luoghi sacri: considerati spiritualmente elevati e di fondamentale utilità per la sadhana (ricerca spirituale) e la meditazione.

Percorrendo il corso del fiume dalla sua sorgente fino alla foce, possiamo incontrare numerose città sacre: luoghi utili anche a scoprire le tradizioni sociali e l’antica spiritualità indiana (al netto delle classiche ‘trappole per turisti’, ça va sans dire).

Rishikesh (letteralmente: la città dei saggi) è la città nota in occidente dagli anni 60/70, come capitale mondiale dello Yoga.
A Rishikesh andarono e tornarono con un prezioso messaggio e
insegnamento da diffondere in occidenti i Beatles, Allen Ginsberg, Steve Jobs e molti altri.

Poco distante da Rishikesh troviamo Haridwar, la citta dedicata al Dio-Vishnu e nei cui numerosi accessi al Gange (Ghat), vengono svolte suggestive cerimonie serali di offerta e ringraziamento (in
sanscrito puja) al fiume e alle divinità.

Procedendo per in migliaio di chilometri verso est, possiamo incontrare la città di Allahbad (anche conosciuta come Prayagraj).
Allahbad merita una menzione speciale in quanto è il punto di incontro di ben tre grandi e sacri fiumi indiani: è qui che si mescolano armonicamente le acque di Gange, Yamuna e Saraswati.
Proprio per questo motivo è la sede principale del Kumbh Mela: una festa spirituale che si svolge ogni 12 anni e che vede confluire in questo luogo circa 150 MILIONI(!) di persone.

Ad 120 km, un paio di ore di auto secondo i tassisti locali (in realtà non meno di 5), incontriamo la città di Varanasi (anche conosciuta come Benares).
Pur essendo probabilmente una delle città più sporche dell’India è quella in cui sono stato meglio!
Anche qui si incontrano due fiumi: il Varuna e l’Asi, da cui il nome della città.
Nei veda viene citata come “la città della luce” e “la città mai abbandonata” (da Shiva).
E’ altresì nota come luogo di cremazione (Mahasmashana, in sanscrito) e i cui molto devoti alla sadhana si recano per lasciare il corpo.
Passeggiando lungo le vie di accesso al fiume è molto facile imbattersi in pire funerarie e relative cerimonie: al termine delle quali le ceneri del defunto vengono ‘liberate’ nel sacro fiume.
Interessante che la città di Varanasi sia costruita tutta solo su
una sponda del Gange, l’altra è assolutamente selvaggia e deserta, perché riservata agli spiriti disincarnati.
Proprio in questo luogo mistico Patanjali diede alla luce il suo testo Yogasutra, una tra le più importanti opere di divulgazione dello Yoga.

Per tutti gli indiani la vita non è completa se, almeno una volta nella vita, non ci si immerge nelle acque del Gange.
Passeggiando lungo le sue rive si vedono migliaia di persone immergersi completamente per poi riemerge dalle sue acque. Questo avviene per tutti i 2500 km della sua lunghezza, ma io consiglio di riservare tale pratica al solo tratto himalayano del fiume, quello decisamente più pulito
e meno inquinato. Stesso discorso per il berne le acque.

Fuori e dentro, il viaggio continua
namaste

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