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La Bhagavad Gita

La Bhagavad Gita ci spiega in modo semplice, diretto ed inequivocabile che per stare bene e vivere felici dobbiamo abbandonarci a Dio (l’Universo, l’energia creatrice, il dharma…).
Dobbiamo avere il coraggio di abbandonarci ad essere migliori, a trovare e ad esprimere la nostra potenzialità divina.
Accettare la responsabilità di vivere il nostro percorso. Ciascuno il suo proprio ed unico percorso.

Arthur Schopenhauer l’ha definita niente di meno che: ‘l’opera più istruttiva e sublime al Mondo’.
Ma addentriamoci un pochino più in profondità nel testo.

Bhagavad Gita significa letteralmente: ‘Canto del Beato’ ed è poema in versi e suddiviso in 18 canti. E’ stata scritta in sanscrito circa 4000 anni fa e fa parte del ben più vasto libro del Mahabharata.
Rappresenta indiscutibilmente una totale immersione nei concetti e nei principi del karma Yoga: lo Yoga dell’azione.
Ci racconta di una guerra e di un campo di battaglia che possiamo intendere come la realtà materiale in cui ci ritroviamo quotidianamente.

La Bhagavad Gita ci parla inoltre dell’importanza dell’ascolto inteso come ascolto profondo e consapevole di sé stessi. Ci dice che la piana realizzazione spirituale si ottiene con la pratica, con
il fare, non basta l’essere o lo stare.
Sottolinea l’importanza della pratica della devozione, bhakti Yoga in sanscrito, nelle sue 9 forme, di cui la prima è proprio l’ascolto consapevole di sé e del prossimo.
Ascoltare significa inoltre ricevere la migliore opportunità di diventare perfettamente consapevoli delle persone e quindi di comprenderle.
Non c’è nulla da sapere, c’è solamente da ascoltare e percepire.

Ci spiega la natura materiale, la natura spirituale ed inoltre ci parla dell’Universo e dei suoi pianeti, della relatività del tempo e del karma (l’azione).
In questo testo sono presenti tutte le informazioni necessarie per poter cercare di comprendere la natura di Dio, degli esseri viventi e dell’intera manifestazione cosmica, dove tutti noi siamo impegnati in un gioco di attività molteplici (lila, in sanscrito), e comprendere alla luce di questi insegnamenti come la manifestazione materiale sia dominata dal tempo e come gli esseri individuali agiscano all’interno di essa.

E’ redatta sotto forma di dialogo tra Krishna (la Persona Suprema) e Arjuna (il puro) ed è ambientata, come detto prima, su di un campo di battaglia.
Arjuna è paralizzato dalla paura di combattere i suoi parenti, amici e maestri d’armi presenti nell’esercito avversario. Quindi decide di non combattere mettendo da parte il suo dovere prescritto (dharma).
Krishna gli indica con molto perizia e pazienza quali siano i suoi doveri sul campo di battaglia.
La conversazione si muove attorno a una serie di domande e risposte su concetti metafisici.
L’anima, il rapporto con il Supremo e la liberazione.
Ed ancora: il Karma Yoga (l’azione disinteressata), il Jnanam Yoga (la conoscenza) ed il Bhakti Yoga (la devozione).
Ricordiamo la metafora: il campo di battaglia e la realtà coi cui noi tutti ci troviamo quotidianamente ad interagire.

Senza ombra di dubbio ne consiglio una lettura accurata ed approfondita, da preferire una versione in lingua sanscrita con la traduzione anche letterale per poterne meglio cogliere l’essenza, senza eccessive interpretazioni conto terzi.
Io personalmente ne leggo quasi ogni giorno dei versetti su cui poi medito e rifletto, cogliendone ogni volta aspetti e sfumature più profonde.
Credo che più crescano la consapevolezza e la conoscenza di sé, tanto più si riesca ad entrare in profondità nel testo.

Il capolavoro e l’essenza assoluta di tutta l’opera ritengo sia in uno dei versetti finali in cui Krishna afferma:
Io ti ho svelato la conoscenza. Tu riflettici con maturità e poi agisci come meglio credi’.


Fuori e dentro, il viaggio continua
namaste

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